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giovedì 31 marzo 2016

petrolio estrazione
Tratto da Il Sole24Ore giusto per far capire a quelli che dicono che il nostro mare è chiuso che esistono altri paesi che si affacciano sullo stesso mare e che si dedicano all'attività estrattiva. Allora, mi chiedo, perché il nostro Paese dovrebbe rinunciare visto che i vicini di casa non ci pensano nemmeno? Solito autolesionismo simil green oppure la volontà di svendere un settore strategico italiano affossandolo prima? Le nostre aziende italiche sono all'avanguardia e rappresentano da sempre tecnologia e sicurezza e qualcuno vorrebbe dire che  meglio avere i croati a fare il medesimo lavoro al posto degli italiani? Spiegatemi che forse non ho capito bene qualche passaggio.......

Via libera della Croazia alle perforazioni petrolifere nel mare. Ovviamente il via libera vale nella metà dalmata dell'Adriatico, fino al confine delle acque, e vale come una sfida all'immobilismo italiano. Si stima che in mezzo al mare, fino a un millimetro dalle acque italiane, ci siano giacimenti su 12mila chilometri quadrati di spettanza croata, 3 miliardi di barili. Ma come in superficie l'inquinamento, anche nel sottosuolo i giacimenti non seguono i limiti di competenza assegnati dai burocrati e, come sa bene chi ama la granita nel bicchiere, la cannuccia arrivata nella granita per prima assapora lo sciroppo migliore e lascerà ad altri i soli detriti.
Sarà deluso chi ritiene che l'Italia, pensando all'immagine della cannuccia nella granita, si affretti a fare altrettanto con i giacimenti di qua dal confine marittimo: l'Italia fa l'esatto contrario. La Regione Emilia-Romagna, di fronte alle cui spiagge ci sono più di 50 piattaforme italiane che estraggono il metano usato da decenni dalle famiglie in cucina e per scaldare le case, ha deciso di vietare qualsiasi forma di trivellazione nel suo territorio, mentre a Roma il Senato intende vietare del tutto ogni ricerca di giacimenti nella parte italiana dell'Adriatico, con l'obiettivo sotteso di bloccare lo sfruttamento di un piccolo e contestatissimo giacimento davanti a una spiaggia abruzzese.
L'elenco dell'autolesionismo demagogico continua. Nello stesso ordine del giorno che ferma le ricerche di giacimenti nella parte italiana dell'Adriatico, il Senato impone che i giacimenti italiani a sud della Sicilia non vengano sfruttati. Con ogni probabilità, ciò darà a Malta la libertà di trivellarli al posto nostro, lasciando ai maltesi la cannuccia (per restare sull'immagine della granita) e a noi i detriti.
Nel settembre scorso, periodo degli ultimi bagni in Adriatico, la nave norvegese Northern Explorer noleggiata dal Governo di Zagabria per 12 milioni al mese ha cominciato a sparare nel mare bolle d'acqua, in modo da far risuonare il fondale. L'ascolto dell'eco svela i segreti del sottosuolo.
Ecco il ministro croato degli Esteri, Ivan Vrdoljar: «Una piccola Norvegia di gas a Nord e di petrolio a Sud – ha detto – che può fare di noi un gigante energetico dell'Europa». Nelle scorse settimane Vrdoljar ha incontrato rappresentanti della Rosneft e della Gazprom. Un mese fa il Governo croato ha emanato il bando per l'esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi in Adriatico. Entro novembre dovrebbe essere chiusa l'asta e nei primi mesi dell'anno venturo ci saranno i vincitori.
Sono interessate circa 40 compagnie di mezzo mondo, comprese l'ExxonMobil, la Shell e anche l'Eni che, a un passo dal confine fra le due acque, condivide la piattaforma Ivana della croata Ina (compagnia oggetto di inchieste per tangenti, la cui maggioranza è stata messa in vendita pochi giorni fa dal Governo di Zagabria, mentre socio di minoranza è l'ungherese Mol). Per leggere i dati raccolti dalla nave spara-acqua norvegese bisogna pagare 5mila dollari.
Sono all'asta 29 blocchi di fondale adriatico, fra i mille e i 1.600 chilometri quadrati l'uno, di cui otto nel Golfo di Venezia. Assicura la presidente dell'Agenzia croata degli idrocarburi, Barbara Doric, che saranno osservate le regole ambientali più rigorose. Non c'è dubbio.
Una citazione merita la protesta «No triv» che agita alcuni abitanti delle isole Tremiti (Foggia) e molti abitanti delle città di terraferma, i quali temono conseguenze ambientali per le trivellazioni sul lato italiano dell'Adriatico. Mentre l'Italia ha dovuto sospendere per le contestazioni i progetti di sfruttamento al largo delle Tremiti, uno dei blocchi messi all'asta da Zagabria è quello attorno all'isola di Pelagosa, adiacente alle Tremiti. Era un'isola italiana la cui esistenza fu dimenticata da Roma e nella disattenzione italiana venne jugoslavizzata nel '47. Oggi si chiama Palagruža e da lì le compagnie potranno trivellare in tutta la loro croata sicurezza, vicino a Pianosa e ad appena 30 chilometri dalle scogliere superbe del Gargano.

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