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sabato 5 maggio 2007

di Fabrizio Pirrello

Sott'acqua siamo fuori dal nostro ambiente naturale, ed è quindi necessario prestare maggior attenzione, e sviluppare in particolare un muscolo, che si chiama cervello। Ordine, responsabilità e senso dei propri limiti sono fondamentali per la nostra sopravvivenza, assieme al sistema di coppia। Il compagno non è una compagnia che ci accompagna durante l'immersione per sentirci meno soli e condividere l'esperienza, ma una vero e proprio componente dell'attrezzatura। Per questo è importante che sia a portata di "mano": se devo comunicare con lui, deve essere abbastanza vicino da poter comprendere i miei segnali manuali। Ma ancora di più, se ho bisogno del suo aiuto, per una anche piccola emergenza, non posso perdere tempo a cercarlo, a vedere se è dietro, o sopra di me. Se poi, per esempio, ho problemi di "aria", perché l'erogatore non funziona bene, va in autoerogazione, finisco la mia scorta, o qualsiasi altra cosa, non è pensabile che, magari in apnea, perda tempo a cercarlo, prima di potergli comunicare la mia necessità di respirare dalla sua fonte d'aria. Ma anche se "solo" si rompesse il cinghiolo della maschera, e uno dei due la perdesse, potrebbe aver bisogno di aiuto a leggere la strumentazione, per risalire, o solo per estrarre dalla tasca la maschera di scorta. Se poi la visibilità è ridotta, risulta evidente che anche la distanza tra i due deve essere ridotta, ed adeguata alle condizioni ambientali, ma mai così ridotta da intralciarsi a vicenda. Ma ciò non significa che, in caso di condizioni ottimali, ci si possa allontanare di parecchi metri. Una coppia deve essere efficiente, e qui notiamo la rilevanza della programmazione e del rispetto della stessa. Conoscendo la profondità, direzione, tempi di permanenza e tutti i dettagli dell'immersione, sarà più facile non solo stare vicini, ma accorgersi se qualcosa non va. E non è detto che il "qualcosa" debba accadere a noi: se il compagno ha un problema, quello diventa anche un nostro problema. Ecco perché è necessario stabilire le procedure di emergenza, quelle per la perdita del compagno, quelle in caso di incaglio, e la distanza da tenere tra i due subacquei che fanno coppia. Dal momento che dobbiamo essere autonomi fino a quando lo raggiungiamo, o eliminiamo la fonte di pericolo, è ovvio che vogliamo che ci riservi lo stesso trattamento che pensiamo per lui. E dal momento che sott'acqua la comunicazione è più difficile che in superficie, dobbiamo stabilire a priori ogni segnale, per evitare di tentare di spiegare poi, un problema che potrebbe essere mal interpretato. Il compagno deve essere pronto e preparato, ma anche deciso ed altruista. È indispensabile la conoscenza della reciproca attrezzatura, per poter eventualmente intervenire con sicurezza, senza peggiorare il problema, e senza perdere tempo prezioso. Ricordiamo poi che la narcosi d'azoto, in alcune immersioni, potrebbe rallentare i tempi di reazione, o disturbare la coordinazione, o far mal interpretare la comunicazione. Anche la compatibilità delle attrezzature è importante, se possiamo in questo modo disporre di parti di ricambio supplementari: per esempio il kit di emergenza potrebbe essere in comune. Per questo sarebbe bene avere un buon affiatamento e un comune obiettivo di immersione. Condividere l'esperienza poi risulta non solo motivo di aggregazione, ma a volte proprio un'esigenza psicologica, sia in addestramento, che nelle immersioni ricreative o tecniche. Inoltre consente di suddividersi i compiti e migliorare la logistica.Però non sempre il compagno è persona conosciuta, o con la nostra stessa esperienza. A maggior ragione, in questo caso, il rispetto della pianificazione assume importanza fondamentale e permette di instaurare la fiducia necessaria a godersi l'immersione.Può anche essere che invece di una copia si abbia un gruppo. In questo caso bisogna capire come è strutturato, chi è il capogruppo che guida l'immersione, e chi invece lo chiude. Bisogna che il gruppo (o il trio) rimanga compatto e ciascuno riesca a mantenere la propria posizione dando lo spazio necessario a tutti. Se per esempio ci fermiamo ad osservare qualcosa che ha attirato la nostra attenzione, dobbiamo comunicarlo per non perdere il compagno o il gruppo. Lo stesso se intendiamo variare la quota, sia verso il basso, che verso l'alto, rispetto a quella programmata. Nel gruppo poi si corre talvolta il rischio di pensare che qualcuno "generico" si sostituisca a noi, creando situazioni di potenziale pericolo. Se per esempio ci soffermiamo in un punto che ha attirato il nostro interesse, essendo in gruppo pensiamo che qualcun altro farà da compagno per qualche momento a quello che noi abbandoniamo, ma, se non lo abbiamo segnalato, probabilmente nessuno ci subentrerà. Se siamo fortunati non accade niente, in caso contrario potrebbe generarsi una catena di eventi, perché magari il nostro compagno pensa che ci siamo persi, e dà l'allarme, e magari ciò genera uno stress tale da portare qualcuno addirittura al panico; o forse il compagno ha bisogno di noi per un crampo… ma noi non ci siamo e nessuno si accorge fino a che la situazione degenera, e magari, il compagno, non avendo punti di appoggio né soccorritori, pallona o finisce sul fondo, con gli evidenti problemi connessi, e il caos conseguente. In gruppo, le segnalazioni vanno effettuate non solo al compagno, ma anche al capogruppo che guida l'immersione, in maniera che possa gestire l'immersione avendo sotto controllo la reale situazione del gruppo. In caso di emergenza, si può avvisare chi chiude il gruppo, invece del capogruppo, che eventualmente poi provvederà ad avvisare ed eventualmente fermare la guida e di conseguenza il resto del gruppo.Evitiamo, se possibile sia come compagni, che come membri del gruppo, gli individui con predisposizione al panico, dal momento che gli attacchi d'ansia in acqua hanno effetti molto maggiori che "a secco". Ma anche senza arrivare a tanto, chi vorrebbe assistere qualcuno che perde la testa sott'acqua, e magari si toglie l'erogatore, o lo strappa a noi senza rendersi conto, cercando di raggiungere la superficie?Allo stesso modo ci sono persone che hanno una profonda ma inconscia paura, dell'acqua, del buio, o di qualche cosa legato all'ambiente dell'immersione, ma tentano di autocontrollarla. Se però in profondità non riescono, torniamo allo scenario di cui sopra, e, nella migliore delle ipotesi, ci roviniamo l'immersione. Per questo motivo è bene non forzare mai nessuno a fare un'immersione che non sente: anche se non dovesse soffrire di particolari ansie o fobie, è evidente che non sarebbe genuinamente motivato, e quindi potrebbe non condividere obiettivi e pianificazione, mancandoli e generando dei problemi a tutto il gruppo. Da evitare sono anche i soggetti egocentrici che non riescono a rispettare le direttive. Se anche possono essere esperti, motivati e condividere gli obiettivi, è probabile che non rispettino la pianificazione, non risultino quindi affidabili e siano quindi dei "cattivi" compagni.Scegliamo subacquei che già hanno conquistato la nostra fiducia, quando possiamo, o persone che siano mature nei comportamenti, responsabili, dotate di autocontrollo e buon senso, e se possibile con la nostra esperienza o superiore.

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